A cena con quei commendatori dei figli (il romanzo La cena di H. Koch)


Che cosa significa per un genitore, avere delle responsabilità? 
Che cosa fa un bravo genitore, quando un figlio è in difficoltà? Che cosa, se un figlio fa del male? Che cosa significa aiutare il proprio figlio?  In che cosa una madre è diversa da un padre, se lo è? 
Sono alcune delle domande a cui Hermann Koch sembra voler dare una risposta nel suo romanzo La cena uscito nel 2011 per BEAT.
Un romanzo che, anche se non particolarmente riuscito sembra rispondere ai quesiti che pone con molta nettezza. 
I genitori di cui  si narra sono quattro, quattro olandesi, due uomini e due donne, tutti più o meno nati negli anni ’50. Si incontrano a cena, apparentemente senza un motivo. 
In realtà devono decidere se denunciare o no i rispettivi figli, due sedicenni, Michael e Rick, per aver ucciso una barbona che dormiva in un bancomat. Per averla uccisa gettandole addosso vari oggetti pesanti, e da ultimo anche una tanica di benzina mezza vuota, e che è esplosa. La colpa? Il fatto che ingombrasse il passaggio di accesso al bancomat, e che puzzasse. 
Ma vediamo bene. 
Il libro è diviso in sei parti – Aperitivo e Mancia compresi – quante sono le portate di un pranzo. Il ristorante è per classi medio alte.  E il cameriere, come fossimo a teatro, interviene ogni tanto per diluire la tensione, o per aumentarla. 
Un filmato, comparso in televisione in un programma tipo Chi l’ha visto? dà ai quattro la consapevolezza che i due ragazzi potrebbero essere arrestati. 
Seduti a tavola troviamo i due fratelli, Paul e Serge Lohmann e le rispettive mogli, Claire e Babette.
Il primo che è anche il narratore svela, man mano che la storia avanza, una vicenda personale drammatica. E’ un uomo psichicamente malato, soggetto spesso ad accessi di violenza. Violenza che non sempre riesce a controllare. Nonostante che abbia accettato di sottoporsi a una cura psichiatrica, a un certo punto, tempo prima, ha deciso autonomamente di smettere di prendere gli psicofarmaci.
L’uomo non dà giudizi sulla sua vita, sulla società, sui motivi che ogni tanto lo inducono a gesti di estrema aggressività. Niente delle grandi domande etiche dell’uomo malato di Dostoevskij. 
Qui unico elemento certo è che l’uomo malato pretenda di essere accettato nel suo desiderio di una immobile felicità familiare – viene citata Anna Karenina di Tolstoj – che prevede, può prevedere anche la morte dell’altro (una barbona in questo caso). Nello stesso modo in cui pretende di essere accettato, all’uomo malato la società attorno va bene così come è, luoghi comuni e fesserie comprese.
E se il figlio non si trovasse nei guai non ci sarebbe veramente nulla di cui parlare.
Quale la reazione di chi gli sta intorno?
Se la moglie Claire l’ha sempre protetto, non mettendogli mai davanti le proprie responsabilità, il fratello, racconta il narratore, un paio di volte negli anni precedenti ci ha provato, a fargli cambiare atteggiamento, modi. Le botte sono state la risposta. 
Ciò che è davvero interessante – in un romanzo ripeto, non del tutto riuscito per un finale un po’ irrisolto – è la complicità marito-moglie, rispetto agli episodi di escandescenza dell’uomo. 
A Claire sembra normale che il marito lotti per difendere l’infanzia e la vita futura del figlio Michael – la sua felicità – e che quindi faccia il possibile perché non si sappia che è stato il ragazzo a commettere il reato. E anzi, in un contesto come questo, la violenza dell’uomo, e la capacità che ha di esercitarla, le è addirittura utile.
Visto che l’unica cosa che conti nella vita dei due – e che dia loro un senso – è l’immobilismo della loro felicità, ben venga qualsiasi cosa possa aiutare. 
Chi se ne frega della donna morta, non era che un rifiuto della società, la stessa che al fondo funziona.
Entrambi scusano l’irritazione del ragazzo, che è stata alla base dell’omicidio, quella che l’ha portato, seppure senza volere, a uccidere. 
“Non è normale che una donna dorma in un bancomat!”, diranno, entrambi. “E’ lo Stato che dovrebbe fare qualcosa, invece di prendersela coi ragazzi!”, e ancora, “Non deve essere lui, a scontare per l’inefficienza di altri!”
Queste sono le parole che la coppia pone alla base della giustificazione del sedicenne. Altro elemento di originalità nella storia, assieme a questa sconquassatura etica – chiamiamola così – è il fatto che il secondo fratello, Serge Lohmann, sia un politico di professione. 
Interessante il fatto che l’essere sempre sottoposto al giudizio del pubblico, e in qualche modo anche delle istituzioni,  dia a Serge un senso di responsabilità maggiore, rispetto al primo che è un professore di liceo. Certo che siamo in Olanda, e in Italia forse sarebbe il contrario, cioè il potere verrebbe usato come forma familistica di protezione, ma dal punto di vista psicologico non è improbabile ciò che Koch racconta. 
L’abitudine ad essere giudicati, a stare sotto gli occhi degli altri, fa sì che ci sia una maggiore disponibilità ad accettare le conseguenze – anche se negative – del proprio gesto. 
Serge vorrebbe dimettersi, per quello che è successo. E la moglie Babette, seppure sofferente, è sostanzialmente d’accordo con lui. Loro accetterebbero quindi le conseguenze negative del gesto dei ragazzi.
Ma sono gli altri due a non permetterlo, eliminando fisicamente il testimone del delitto, e rendendo quindi sostanzialmente inutile la denuncia del reato. 
Altri sono i particolari interessanti, per esempio sulla figura del testimone  – chi è e perché si trova lì – quello che verrà fatto fuori, ma narrarli significa in qualche modo raccontare parte della storia. 
Per tornare alla letteratura, quindi. Non fa parte della tradizione italiana in linea di massima, il fatto di porre domande – o pretendere risposte – etiche nei romanzi. 
Domande come “Il protagonista si è comportato bene o male?”, “Quale è un comportamento giusto?”, o più banalmente, “Quali sono le circostanze che hanno portato i soggetti della storia a sbagliare? O a riuscire?”,  e ancora, “Coincide la legalità con la giustizia?” non fanno parte di ciò che si richiede a un romanzo ben fatto.   
Fedele alla massima crociana, un romanzo deve essere prima di tutto esteticamente riuscito. Credo che oggi un romanzo riuscito comprenda anche il fatto di porre e imporre giudizi – quelli personali e relativi dell’autore/ice, certo – su alcuni interrogativi di fondo che la vita quotidiana presenta.  Che non si limitano alla diade giusto/sbagliato, ma si estendono per esempio alla domanda, “Cosa è davvero illegale?”     

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