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La colpa daa moje. Perché ce l’hanno tutti, così tanto, con la normalitá

 

E come mai in Italia, più che in altri paesi d’Europa, è così difficile al cinema, come nella narrativa, affrontare la normalità? E come mai ci sarà sempre da occuparsi, a partire dalle Regioni, qui del problema della droga, là di quello della corruzione, e poi più sotto della camorra e ancora più giù  della mafia, e tornando su caporalato, inquinamento, autismo, mancata occupazione, e di abusi sessuali? E soprattutto come mai va tutto affrontato nei termini del “probblema”? Perché se è vero che autori ad alto livello di formalismo, (prendi Henry James, per esempio) vendono (hanno sempre venduto) poco – a meno fino a che non si producono nella ghost-story, e ti fanno saltare il “paradigma”, riconosciuto fino ad allora come il “top” – è anche vero che se non provi, se non “sperimenti” sarà difficile tirar fuori delle “vere” novità.
E davvero il bisogno è solo economico? O non sarà, per caso, che chi scrive voglia a tutti i costi piacere, dimostrare in qualche modo  di avere un’arte, una parte, insomma un’identità? E se no perché, e come mai schiere di autori e autrici di tutte le età sentono così spesso il bisogno di mettere in piedi, di ordire delle “machines dramatique” (Sainte Beuve) la cui struttura a la Cesaroni-ma-con-problemi, semplificata e minimale, non fa altro che trasformare un tema e soprattutto un “messaggio problematico” (le dipendenze, la corruzione, il gregarismo, la violenza degli uomini sulle donne) in un tema, “un messaggio” (per dirla alla Mc Luhan) ipersemplificato? (Trasforma cioè un tema drammatico in un’idea vuota, e così facendo lo rende sterile)
E se non è nuova come tradizione, quella del “romanzo d’appendice”, in Italia, cui per onestà mi pare di poter riportare molte delle opere di cui parlo (basti pensare agli innumerevoli volumi, e agli innumerevoli “misteri” che invasero le diverse regioni d’Italia, all’uscita in Francia nel 1842 de Les mystères de Paris) è nuovissima invece l’attitudine di chi guarda o di chi legge, di urlare immediatamente al capolavoro.  E qui, una curiosità: dovremo d’ora in poi, considerare sinonimi di qualità letteraria, o cinematografica, quegli “effetti gratificanti e consolatori” (Gramsci) che così spesso troviamo in certi film o romanzi? E se no, come mai a volte anche per “il critico professionista” la quantità e il coinvolgimento del pubblico, corrispondono alla qualità? Che c’entrano le due cose? Sono, veramente, solo domande. D’ora in poi, se scatta la lacrima, toccherà osservare la forma che l’ha prodotta, e a partire da quella, discutere? Sono davvero così cambiati, gli esseri umani? O ha ancora qualche valore il pensiero che se i personaggi di un’opera sono appiattiti sui peggio luoghi comuni, hai voglia a dire «Ho pianto!», sarà comunque più giusto e onesto rispondere «Si porti il fazzoletto»?
Ma si, perché può essere ancora vero, o è una bestemmia dire che il lettore, (la lettrice), lo spettatore, (la spettatrice) a volte piangono perché (oggi come ieri) “sognano a occhi aperti”? E che piangendo realizzano quella sorta di “risarcimento morale” che spesso l’opera consolatoria produce, si può dire o no?
E non sto negando  che vi siano fini socio-umanitari in tanti film o libri che parlano di droga, mafia, corruzione, violenza etc.etc.. E non sto dicendo che non siano giusti o legittimi, altro che! Sto solo dicendo  che se il sensazionalismo prevale sull’analisi, il palpito e il tachicardico hanno la meglio sulla forma, hai voglia a gridare che le copie vendute ti confermano nella qualità: non è così. Il buon lavoro artigianale fatto di sensazionalismo un tanto al chilo è sempre esistito. Vi ricordate il lavoro che faceva lo sceneggiatore che si vede nella prima inquadratura del film di Billy Wilder, Viale del tramonto?
Quello che voglio dire è che a prevalere non devono essere (come criterio di giudizio) la tremarella del cuore, la lacrima, lo stringimento del muscolo cardiaco. Non fosse altro perché qualcuno potrebbe giustamente dire, “E allora perché non un altro stringimento”? Siamo seri e serie. Non si renderà inefficace anche la protesta ideologica (che e invece sacrosanta), in questo modo? Ho parlato solo di sentimento, ed è quando va bene. Si, perché se invece va male, ci sarà da sorbirsi pure la rampogna moralistica. “Se er corrotto è cattivo è colpa de o’ zjo!” “No, daa moje!” “Ma de che? Daa società!”.
E qui – scusate se la tiro sempre in mezzo, ma fu capace di parlare di vite normali nel 1938 – mi vengono in mente le donne di Nessuno torna indietro il romanzo di Alba de Cespedes. Non sono le storie, o le donne, a essere sensazionali, in questa storia. Sono i personaggi (le loro caratteristiche, modalità, tic) a essere unici, caratteristica che l’umanità ogni tanto ci regala.

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