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Secondo romanzo, terzo libro

Nel 1984 partecipai al tanto ambito Festival dei poeti di Roma, organizzato da Franco Cordelli, Simone Carella e Ulisse Benedetti al ‘Parco dei Daini’ di Villa Borghese. Avevo 25 anni. Avevo appena pubblicato, per colpa di Cesare Viviani, ‘Virtù’, un libro di poesie, con un ‘piccolo editore’ di Firenze, che ancora sopravvive e che si chiama Cesati, Franco Cesati.
(Viviani aveva letto delle mie poesie, che erano uscite su ‘Alfabeta’ nel 1979, e così ci eravamo conosciuti. Su ‘Alfabeta’ le poesie erano uscite per interessamento di Antonio Porta e Mario Spinella, che, a Milano incontravo sempre al supermercato, ed era un mio vicino di casa).
Erano già cinque anni (quando uscì il libro), che, a Milano, lavoravo (prima per Società di Poesia, poi) per Guanda, e non esagero a dire che ‘ero molto stanca’. Qualche volta racconterò, se mi andrà, in cosa precisamente consistesse, questa stanchezza. Forse, la verità sta nel fatto che, per cominciare a lavorare a 20 anni con personaggi come Giovanni Raboni, Antonio Porta (di cui ho un bellissimo ricordo), Nino Maiellaro, Diego Paolini & Marianto Prina, Stefano Magagnoli, Roberto Rossi, Daniela Garavini, bisogna avere un carattere diverso dal mio. Nel bene come nel male. O forse, bisogna semplicemente avere qualche anno in più.
Comunque. Quel Festival dei Poeti, me lo ricordo solo per un motivo.
Perché chiacchierai con Pier Vittorio Tondelli. Sicuramente lessi le mie poesie dal palco. Ci andai apposta. Però non mi ricordo niente.
Pier Vittorio era già un autore affermato, e anche se solo quattro anni ci dividevano, era per me una specie di mito (non solo in senso positivo). Erano già usciti, a quell’epoca, Altri libertini, Il Diario del soldato Acci, Pao Pao. A Roma, ci stava per scrivere qualcosa. Collaborava, se non ricordo male, a La Nazione e Il Resto del Carlino. Rimanemmo d’accordo che ci saremmo rivisti. Ma, invece, non lo rividi più perché nel 1991, se non ricordo male, morì.
Non so se fu lui a parlare a Parazzoli di me. So che dopo ‘Shining Valentina’ (che uscì nel 1993, in contemporanea per Mondadori e Transeuropa), con Canalini (che era, all’epoca, l’editor di Transeuropa, oltre che grande amico di Pier Vittorio) nel 1995, pubblicammo questo ‘Quando cresci in un piccolo paese’.
È un romanzo in prima persona.
A parlare è un uomo, un ragazzo (mi viene da dire oggi) che vuole fare “soltanto il padre”, un trentenne. Mi ricordo che scelsi il soggetto con grande cura. Volevo raccontare di come possa essere divertente, consolante, importante, dirompente per un essere umano adulto maschio vivere (da solo) con un bambino, fuori da una famiglia tradizionale. Mi ricordo che, chi si occupava del libro, mi chiese, “Perché non una madre?”.
Mi ricordo che non mi pareva sufficiente, metterci “una madre”. Lo spiegai. Non sarebbe stato abbastanza ‘forte’, come impatto.
La madre, nella testa della maggior parte di noi, è colei che “naturalmente” ama il suo bambino. Oggi, sappiamo (quasi tutti e tutte) che, il ‘fattore è culturale’. Allora avevo bisogno di affermarlo, di ribadire il ‘fattore scelta’. E da qui, venne l’idea di un uomo che, ‘per ribellarsi a una vita comune’, sceglie di ‘fare il padre, soltanto il padre’. Anche questo, oggi è un argomento abbastanza narrato, ma allora non erano usciti molti romanzi su questo tema. Un tema, a pensarci bene, abbastanza simile a quello di ‘Shining Valentina’.
In ‘Quando cresci in un piccolo paese’, però, la “famiglia” (la moglie, ma anche i genitori della moglie) rifiuta Livio, che è costretto a cercarsi una casa. A farlo, anzi, con i pochi soldi che la ‘famiglia’, è disposta a dargli per crescere il bambino.
Livio è considerato, dai suoi parenti, un essere inutile e problematico. Loro sperano, affidandogli il figlio, di farlo crescere. La moglie dice di amarlo: ma a Livio quel tipo di amore non interessa.
La “crisi degli alloggi” c’era già, ma parlare di “equo canone” non era considerato tanto interessante. Però non me ne importava molto. Tanto è vero che la trama di ‘Quando cresci in un piccolo paese’ consiste nella ricerca, da parte di Livio, di una casa. Il libro narra le sue avventure tra agenti immobiliari stupidi, o solo spietati, i suoi appuntamenti per vedere gli alloggi, le sue gite col figlio piccolo, le relazioni con un paio di amanti, la sua passione per la letteratura, per il cinema, e, naturalmente, per Roma.
Forse fu, quella, la volta in cui strinsi una sorta di “patto” con questo argomento (il diritto all’abitare), e mi dissi che non l’avrei lasciato più. Forse mi ha lasciato lui, l’argomento (lotta per la casa), perché io, da parte mia, sono 23 anni che me ne occupo. E posso dire con certezza che ancora mi appassiona.

(dalla copertina)
” ‘Voglio fare il padre, soltanto il padre’, risponde il trentenne Livio, protagonista del romanzo, alla ex moglie, da cui è mantenuto, quando lei gli domanda cosa vuol fare nella vita. E infatti, Livio parla un po’ come suo figlio. Trascorre buona parte delle sue giornate con lui, vede i suoi stessi film e cartoon. Quando il ragazzino è a scuola, poi, usa romanzi e film e riproduzioni d’opere d’arte degli autori amati (Fassbinder, Fellini, Palazzeschi e Parini, fra gli altri), nello stesso modo in cui un bambino si servirebbe di giocattoli. E quando gli capiterà di restare senza casa – è questo il pretesto del libro – si comporterà esattamente come un bambino equilibrato: uno schiaffo a un agente immobiliare prepotente e un pizzico di civetteria nei confronti del padrone di casa che dimostra nei suoi confronti un po’ di simpatia, basteranno a procurargliene una. 
Qui, come in occasione del libro d’esordio, Shining Valentina, 1992, Angela Scarparo continua a metterci a parte del mondo dei suoi personaggi servendosi di una scrittura fittamente dialogata e ricca di spunti tratti dal parlato, che paiono testimoniare, anche, d’una sua personale ricerca, tenace e sorridente, all’interno del genere romanzo”.

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