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Tutta l’esperienza del mondo

Una mia amica mi ha dato un libro. “Leggi, dimmi che ne pensi”. Lo descrivo: scrittrice italiana, tra i trenta e i quaranta. Carambole, risate, avventure in città con scorcio di vacanza. Ma anche dramma, molto dramma, un dramma personale, mestizia. Riconciliazione finale. Ma soprattutto, dice la fascetta, “un’autrice che non ha vergogna di raccontare la vita come è”.
La sua vita, è sottinteso. Non sto a giudicare chi fa le fascette, che ci vorrebbe una settimana. Altro che tesi di laurea, ci sarebbe da fare sull’autolesionismo di chi lavora nel settore (editori e redattori). La domanda che mi sto facendo è un’altra: perché – e non solo nella letteratura – c’è questa tendenza generale a pensare che a un “lettore comune”, a “una lettrice comune” i fatti propri di una persona, possano interessare più che una buona storia? Da quando si è fatta strada l’idea che le ferite “vere” (“che risate”, “che dolore”), quando non proprio il “dolore reale”, (“proprio così come sono, sono proprio io”) sia più “vero” che una storia “inventata”? Non sto neanche a giudicare della qualità della scrittura.
Provo ad andare più in profondità nella domanda, che un poco mi addolora: perché le donne, più degli uomini (“sono questo, e sono stata, soffro così e oh, che carambola, lo sapete? se non lo sapete ve lo racconto”), si affidano a questa pratica comunicativa?
Che cosa potremmo rispondere, non dico solo come lettori, lettrici, ma come essere umani a chi ti dice: “ho tanto sofferto” “mi sono pentita” “non lo farò più” “sono stata questo e quello” “questa è la mia vita”? Succede In molti ambiti, in (praticamente) tutti i settori: “Sono stata pornostar, ma ora sono ancella di Cristo”. Dio mio, che cosa abbiamo fatto di male? Perché?
E mai, oh, mai che sta caspita di autobiografia sia percorso critico, intellettuale (i libri letti, i film visti, gli artisti incontrati, i viaggi fatti, i monumenti visitati, gli spettacoli mancati, gli animali avuti, i quadri amati, le lotte fatte). Macché. Sempre storie e disgrazie di quando eravamo piccini, e “quanto mi ha fatto soffrire la vicina di banco, signora mia”, e peste colga “la vicina di casa che il cane abbaiava e non dormivo, e che dirà adesso a vedermi in Tv? Tié!”.

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